martedì 22 marzo 2011

Il costo sociale della sordità emozionale - parte 1

Bene, eccoci qua a perseverare nei nostri errori.

Ad esempio quello di pensare alle nostre vite.
Si perché noi “giovani” in realtà ben sappiamo che viviamo proprio in periodo di BEEP.
Diciamocelo! Viva il disfattismo!
La benzina costa troppo, i partner sono rompicoglioni, il lavoro latita, gli stipendi risalgono a prima dell’euro, gli affitti sono alle stelle e noi ce ne stiamo buoni buoni a casa di mamma a sentirci dire di metterci il cappello e di pulire la stanza..
Beh, se consideriamo che Alessandro Magno a 33 anni aveva gia’ conquistato mezzo mondo a piedi.. siamo a buon punto!
Ma erano altri tempi..
È dunque una questione di tempi? Dieci anni fa, ad esempio, i film iniziavano alle 20:30 e finivano un paio di ore dopo al massimo. Ora iniziano alle nove e non si sa quando finiscono: come mai? Sembra una sciocchezza ma non lo è. Non lo è perchè se noi mettiamo insieme tutte queste sciocchezze ci troviamo davanti alla nostra generazione (o peggio a quella dei piu’ giovani.) Gli ex bambini (oggi come oggi non saprei come definirli) a cinque anni usano già Playstation e Xbox (per avere qualcosa di simile, dovevamo aspettare anni e anni di stipendi paterni messi da parte), usano telefonini touchscreen e hanno il pieno controllo sui genitori. A dieci anni già hanno fatto esperienze sessuali che noi a quell’età non pensavamo neanche esistessero. Le esperienze sessuali.
I genitori, e quindi faccio un salto indietro a livello di età, sono presi dalla carriera, dal lavoro, il fitness, la linea, l’avvocato divorzista, gli alimenti, l’amante e lasciano i proprio figli a imparare i linguaggi esotici delle badanti che, importandosene ben poco, li lasciano muti e avidi emozionalmente. Noi giocavamo a pallone in strada e loro a Gta (noto videogioco dove lo scopo è uccidere, rapinare, rubare auto, sfruttare prostitute, vendere droga e altri simpatici lavoretti).
Mi sembra ovvio che qualcosa cambi in termini di sviluppo emotivo.
In mezzo ci siamo noi, a metà fra il sano e l’insano. Ben drogati da anni di televisione immondizia, tette e culi, violenza e paura, insicurezza e falsi nemici da combattere, cerchiamo di mantenere vivi quei pochi valori che i genitori nostri, dopo il lavoro, hanno cercato di infonderci.
Ed è lì che ci accorgiamo di essere sempre di meno!
Allora l’etica, la morale, il buonsenso, sistematicamente vengono soppiantante da arrivismo, menefreghismo, egoismo.
Ed è lì che il mondo subisce e paga il costo sociale della sordità emozionale.
Questa mitica frase del buon psicologo è illuminante se pensate a tutte le cose che vi capitano ogni giorno. Sono tutti presi da sé stessi, tutti incapaci di sentire quello che dice e prova il prossimo, tutti a pensare che non bisogna farsi fottere perché tutti ti vogliono fottere. Ed ecco che i capi al lavoro sono insensibili e chiedono l’impossibile sfruttando il proprio potere, gli automobilisti pensano che tutti vogliano mettersi davanti e passare per primi, i cittadini ritengono che i negozianti vogliano imbrogliarli e vendere cose scadenti, gli inservienti pensano che dato che l’attività non è la loro devono fare il minimo indispensabile per portare a casa lo stipendio, le persone in cerca di aiuto vengono ignorate, le regole vengono derogate alla prossima volta… E a furia di pensarla in questo modo, tutti fanno in questo modo. Perché l’ha fatto lui a me e io lo devo fare ad un altro. O peggio: lo fanno tutti, proprio a me devono scoprire?
E noi?
Noi sappiamo che è sbagliato tutto ciò ma quante volte ci sentiamo costretti a farlo?
Quante volte ci mettiamo nei panni degli altri? Quasi mai.
Ed è qui che mi ricollego ai nostri tempi e alla nostra società.
Mi si potrà obiettare: è colpa della nostra società perché la società siamo noi.
E sarei anche d’accordo. In realtà la società viene plasmata molto facilmente dal mondo d’oggi, tramite i modelli che ci vengono proposti.
Sono venti anni che vediamo gli stessi modelli e solo oggi proviamo blandamente a ribellarci. I “vincenti” degli ultimi anni sono imprenditori incalliti, politici ambigui, vecchiacci arrapati, personaggi della tv che non sanno fare nulla a parte mostrare la loro faccia da culo, opinionisti inutili quanto dispendiosi, vallette e veline, donne che fanno successo solo grazie a vestiti e atteggiamenti ammiccanti e donne che valgono… uhm… no decisamente donne che valgono se ne vedono molto poche in tv. E allora i suicidi aumentano, gli omicidi tra minori aumentano, fioriscono le storie al Pc, Facebook diventa la droga quotidiana, aumentano i casi di depressione tra giovani, l’uso di droghe, di alcolici.
Dati statistici alla mano, stamm ‘nguaiat.
Ora un bambino, che  da zero a 20 anni vede questo in tv e non ha sufficienti insegnamenti dai genitori impegnati al lavoro per mantenere la casa, la scuola e tutte le cose alla moda che devono comprare al figlio, come può crescere? L’infanzia è una finestra di opportunità e sarebbe bello se tutti i bambini potessero sfruttarle tutte.
Ma non dipende da loro.
Il molosso
fonte: www.camminandoscalzi.it

giovedì 17 marzo 2011

Vizi pubblici e private virtù

L’ultimo G20, svoltosi nel febbraio 2011 a Parigi, è stato incentrato sulla scelta degli indicatori in grado di valutare le politiche economiche degli Stati, allo scopo ridurre gli squilibri che minacciano la crescita e la ripresa economica.

L’Italia, attraverso il ministro Tremonti, ha caldeggiato la scelta di considerare un indicatore per il debito degli Stati che tenga conto della somma del debito pubblico e degli indebitamenti complessivi dei privati. Questo tipo di analisi dovrebbe migliorare la valutazione dell’economia italiana da parte delle agenzie di rating e scongiurare i rischi di default dei conti dello Stato: notoriamente infatti il nostro paese è caratterizzato da un basso livello di indebitamento privato: gli italiani sono un popolo di risparmiatori, molto più di altre nazioni.
Senza entrare nel merito degli aspetti tecnici connessi alla scelta di un indicatore finanziario di questo tipo, è interessante valutare le conseguenze sociali di un approccio di questo genere. Lo Stato italiano ha iniziato da anni una politica di progressivo smantellamento del welfare, il sistema dei servizi pubblici mediante il quale l’individuo può sentirsi davvero parte di una comunità. La progressiva diminuzione delle risorse destinate a scuola, università, trasporti pubblici, sanità, ha provocato una conseguente diminuzione della qualità di questi servizi, spesso anche per uno scarso controllo centrale sulla effettiva produttività delle strutture coinvolte e dei dipendenti che lavorano all’interno di questi enti.
Il welfare funge da strumento in grado di mitigare le differenze economiche tra i singoli ridistribuendo, sotto forma di servizi, delle opportunità per l’accesso alla cultura e alla salute anche a persone che non potrebbero permettersi le stesse possibilità pagandole attraverso strutture private.
Certificare, a livello statale, la sconfitta di un modello sociale in grado di ridistribuire ricchezza significa decretare la fine delle possibilità di ripianare un debito pubblico che di anno in anno continua a crescere, tagliando le ali a qualsiasi progetto in grado di rimettere in moto l’economia.
Inoltre, si ribadisce implicitamente che la politica di questi anni ha incentivato l’accumulo dei risparmi privati (anche mediante l’evasione fiscale e la gestione non trasparente dei conti pubblici).
Intervenire invece prontamente, mediante un progetto di tassazione delle plusvalenze e dei grandi patrimoni, ottenendo capitali freschi da reinvestire nel welfare, nella diminuzione del debito pubblico e negli incentivi alle imprese che producono reale innovazione, rappresenta la vera sfida – economica e sociale – che i nostri governanti dovrebbero essere in grado di affrontare.
Risorse economiche nuove per valorizzare le migliori risorse umane, in un paese sempre più ripiegato su sé stesso e sul proprio particulare, sempre più vecchio, sempre più impaurito.
fonte: www.camminandoscalzi.it

sabato 12 marzo 2011

F.F.S.S. Ferrovie dello Strazio

Come Ferrovie dello Stato avevamo un grande sogno che oggi si è realizzato: dotare il nostro paese di un sistema moderno che ci consente di riavvicinare l’Italia. I 1000 chilometri di Alta Velocità serviranno il 65% degli italiani”.
Con questa frase, il 5 Dicembre 2009, l’amministratore delegato del Gruppo Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, commentò l’apertura della rete ferroviaria italiana ad alta velocità, comunemente nota come TAV. Secondo l’azienda e tutti i suoi dipendenti, secondo i politici di entrambi gli schieramenti e secondo il governo in carica, l’inaugurazione della TAV avrebbe rappresentato una svolta epocale per il trasporto pubblico italiano su rotaia; si marcava l’accento sull’importanza tecnologica dell’opera, che per la prima volta nella storia avrebbe permesso di percorrere la tratta Napoli-Milano in meno di sei ore. Treni efficienti, puliti, in orario, che avrebbero garantito all’Italia una posizione di tutto rispetto nel panorama europeo del trasporto e della mobilità su rotaia. Sembrava tutto perfetto, tutto da lodare, un’opera che avrebbe offerto realmente la possibilità di accorciare le distanze fisiche tra le varie zone del paese, semplificando e agevolando in maniera notevole la mobilità e lo scambio di persone e conoscenze.
Purtroppo a soli due  anni di distanza, la realtà si è rivelata ben diversa: per pendolari, emigranti, studenti e lavoratori fuori-sede, e anche per tutti coloro che non possono permettersi il costo di un biglietto TAV, l’inaugurazione dell’alta velocità ha segnato l’inizio di un cambiamento profondo nella concezione italiana del trasporto pubblico in treno. Volendo trascurare (ma solo per un attimo) i tantissimi limiti prettamente tecnici e logistici dell’opera rispetto ad altri modelli europei (la scarsa sicurezza garantita ai viaggiatori, la lentezza con cui sono stati condotti i lavori a causa delle infiltrazioni camorristico-mafiose nelle gare d’appalto, le modalità nepotistico-clientelari con cui da sempre le ferrovie dello stato assumono il loro personale – dall’amministratore delegato fino all’addetto alle pulizie -), ciò che ha cambiato radicalmente il concetto di trasporto pubblico su rotaia è stata l’idea di voler investire esclusivamente sulla tratta più redditizia della rete (la Roma-Milano), subordinando a essa tutti gli altri treni e tutte le altre tratte del paese. La costruzione della TAV ha implicato nei fatti (senza alcuna obiezione da parte di aziende e governo) un notevole incremento del costo dei biglietti, un taglio del numero di intercity e regionali (in particolare di quelli a lunga percorrenza), un incremento dei ritardi degli stessi (che sono obbligati, in tutte le stazioni, a dare la precedenza ai treni TAV), ma soprattutto ha cancellato di fatto, per molte fasce della popolazione, il diritto a un trasporto pubblico, equo e accessibile. Voler investire solo sulla tratta Roma-Milano, non curanti del fatto che tutta l’Italia di provincia era ed è tuttora collegata solo da intercity e regionali, ha di fatto reso impossibile per molte persone viaggiare in treno. Con una rete ferroviaria che cade a pezzi e non raggiunge, ancora nel 2011, molte zone del paese, soprattutto al sud, con i treni intercity e regionali che rappresentano un primato nell’Occidente per sporcizia e ritardi (diventando, in alcuni casi limite, veicolo di infezioni), con un servizio ferroviario che, nel suo complesso, lascia ancora molto a desiderare rispetto ai nostri cugini francesi o svizzeri, l’unica priorità di Ferrovie e governo è stata quella di far sì che tra Roma e Milano si arrivasse in meno di cinque ore, a un prezzo inaccessibile per la maggior parte della popolazione (trascurando invece il fatto che è ormai quasi impossibile andare in treno da Modena a Reggio Calabria).
La priorità di un paese realmente democratico dovrebbe essere garantire alla maggioranza della popolazione di poter viaggiare in condizioni decenti a un prezzo ragionevole. La TAV ha creato un’Italia che viaggia veloce e ha il lusso del  Wi-Fi e una seconda Italia che è costretta spesso a trascorrere il viaggio in un bagno sporco e puzzolente (basta prendere un intercity nei giorni caldi delle festività natalizie o pasquali). Giusto per la cronaca: mentre scrivo, il treno su cui sto viaggiando, TAV 9530 del 28/02/2011, partito da Napoli alle 14:50, sta arrivando con 60 minuti di ritardo nella stazione di Bologna, a causa della rottura dei vetri di dieci finestrini. Siamo proprio sicuri che questo sia il modo migliore di gestire le “Ferrovie dello Stato”?

Fonte: www.camminandoscalzi.it

lunedì 7 marzo 2011

Hobby: guardare la tv??

Possiamo anche far finta di niente.. ma è così impossibile.
L’unico modo per sopravvivere è quello di spegnere la televisione (ma serio.)
Ma tutti questi milioni di italiani che affollano i divani e si accalcano davanti ai loro mega impianti dolby per vedersi fiction, tg-fiction e reality-fiction, come fanno?
È possibile che veramente siano interessati a quelle cose che si vedono e si sentono? È possibile che uno Sgarbi faccia alzare l’audience quando dovrebbe nauseare? E non ditemi che è una persona colta, perchè una vera persona colta non fa il pagliaccio in televisione. Ma ho fatto il suo nome perchè tutto sommato, con i suoi tormentoni (capra, culattoni raccomandati) riesce a farsi ricordare per cose dementi e demenziali.
Questo è un argomento trito e ritrito, ma forse è ritrito male.
Ragazzi miei, uomini e donne, amici di maria ma non solo, parliamoci chiaro: è inammissibile che in televisione bazzichino personaggi come Licio Gelli, Moggi, Platinette, Signorini, che parlano osannati dai servetti e dalle servette-starlette di passaggio, passaggio di mano e di macchina verso serate all’insegna della prostiperdizione e della morte delle dignità.
È noioso ed inutile far parlare politici decrepiti e immorali su questioni importanti e fondamentali per il futuro del Paese, politici che passano piu’ tempo alle cene mondane e in tv invece che in Parlamento o in studio a decidere quali possano essere le migliori scelte per il nostro Paese. Politici che fanno ricorso al lifting più che alla lettura e alla cocaina più che al dialogo costruttivo..
Ma mi scoccia anche citarli.
È deleterio che vengano trasmesse pubblicità dove dio (quel famoso dio bianco e buono e giusto che vive in cielo) si fa corrompere per un caffè, dove a qualsiasi cosa (antipulci, succhi di frutta, colla, francobolli e articoli da tabagismo) vengano associate sempre ragazze seminude ed ammiccanti.. il fatto che questo sia il sistema più usato per l’attrazione verso un prodotto la dice lunga sul livello culturale del Paese.
È deprimente scoprire che i migliori programmi sono trasmessi ad orari improbabili, che per mandare certi messaggi bisogna fare programmi incomprensibili ai più tipo blob, che i programmi migliori culturalmente devono essere soggetti sempre a critiche o a stroncature. Mi viene in mente il programma di Baricco di molti anni fa ormai, che si chiamava.. non mi ricordo più, ma giusto perché non se ne è piu’ parlato e non hanno fatto repliche mille anni consecutivi come le isole dei resuscitati e i grandi fratelli di secondo letto.
Pero’ era veramente serio, ma serio.
Allora ecco che interviene la pay-tv dove si puo’ avere tutto, programmi assurdi, documentari inutili, partite di tutto il mondo, approfondimenti su sport mai immaginati pagando ancora.
Ma pagando in che termini?
Il fatto di avere Rai e Mediaset come reti “nazionalpopolari”, a parte il canone, ci sta costando molto:  il futuro dei nostri pargoli e il presente delle nostre pargolette mani, ormai tese ad arraffare soldi e toccare corpi di volontarie donne oggetto.
Ci sta costando l’abbrutimento della nostra personalità, l’aumento dell’aggressività, della competitività fra civili e fra incivili,
l’appiattimento del discorso culturale, la perdita di valori sani a scapito di quelli insani,  la violenza gratuita e l’amore a pagamento.
Ma non voglio dare tutta la colpa alla televisone ed ai suoi autori, alla fine basta saper scegliere. In Italia ultimamente non si può scegliere molto.
Tutto sommato le reti private regionali danno buoni spunti: film di Totò, i gol del Napoli degli anni di Maradona possono bastare come razione quotidiana di tv.
“Tutto il resto è piscio” (cit.)
Il molosso
 Fonte: camminandoscalzi.it

giovedì 3 marzo 2011

La chiusura del cerchio

Ibra, Boateng, Pato. Il Milan ha meritatamente battuto il Sud. 3-0, tutti i gol nel secondo tempo. Una vittoria importante sia in chiave scudetto, sia in chiave federalismo. Basta, bisogna scindersi. Europa Unita, Trattato di Lisbona, eurocrisi, ma l’Italia va divisa. Il Sud è sporco, Roma ladrona, il Molise una merda. Baciamo le mani alla mafia, alla Libia, a Gheddafi. Ma dov’è la Libia? Non mi ricordo mai, dopo l’Algeria? Prima della Tunisia? Al Nord dell’Africa, al Nord. Capite? Bombardiamoli quei libidinosi-illibati-libertini libici. E sapete il vero problema qual è? Eh, quei marocchini verranno tutti qui in Italia. Ad immigrarci, ci immigreranno! Lampedusa affonderà, i semafori si affolleranno. Ci ruberanno il lavoro. Ma Gheddafi ha già la soluzione in tasca: 500 dinari ad ogni abitante di Tripoli, e se sei furbo  puoi passare anche due volte. E Nelly Furtado? Dà in beneficenza il milioncino di dollari ricevuto dal colonnello. Capite? Quella cantava ai 4 venti che gli piaceva l’uccello (i like the bird) e adesso è indignata! E noi qui a parlare di RubyRubacuori, Rubinho, Ruby Tuesday, Rubifragi nelle Marche, Bora a 180 all’ora, Bondi non si sente più protetto. Ma chi, Massimo Bondi? Ma allora è vero, il cinepanettone l’ha depauperato. Ora tanto uscirà “Amici Miei - come tutto ebbe inizio”. Con Cristian De Sica e Ceccarini. Ambientato nel 1500. Monicelli si è risuicidato. Ma i soldi andranno drittidritti nelle tasche di Aurelio, e l’anno prossimo? Sarà il Napoli a battere il Nord. E il cerchio si chiude.

venerdì 25 febbraio 2011

una serata multisalata

"...mpiace il cinema e parecchio per questo mi chiamano vecchio...". Stamattina mi sono alzato con Caparezza in testa; il cinema è cultura, il cinema è arte...ma voi ci andate al cinema?
Io ci sono andato ieri, e non al cinema, alla multisala...allo SpeisCinema!
Partiamo dal fatto che qui a Bologna siamo fortunati: se trovi un buco per la macchina in quel parcheggio da centomila posti (che se il buco è lontano dall'ingresso facevi prima a scendere di casa a piedi per andare allo Space), il massimo che ti può capitare è un ambulante che ti vuole vendere una rosa o una scimmia urlante, a seconda che quella sera tu sia uscito con la fidanzata o con l'amico. Che poi passi per la rosa, ma davvero non so cosa potremmo poi farci io e Tony al cinema con un pupazzo di scimmia che urla, ma vabbè...
A Napoli invece, per dirne una, la portiera dell'auto te la viene ad aprire un tizio dall'aria truce, che nonostante tutto pensi: "cazzo, sono avanti allo Space! Manco fossimo arrivati in Bentley nera fuori all'Hotel Excelsior sul lungomare!"...e invece capisci subito che il fine non è un'inusitata galanteria ma: "Capo una cosa a piacere!"; gli dai una moneta da due euro, e lui invece di ringraziarti incalza: "Sono 5!". Piacere 'o cazz' pensi tra te e te, già bestemmiando per non esser rimasto a casa a vederti che so Amici, Floris, o il Grande Fratello. Ma a quel punto sei lì, e allunghi la banconota rassegnato.
Torniamo a Bologna però...essere emigrato ha tutti i suoi mille risvolti positivi!
Appena metti piede nel cinema ti assale una puzza di hamburger e pop-corn...le luci del multisala sono da pista centrale del Metropolis, ma dall'odore non sai se sembra più un McDonald o un luna park di periferia, quelli che montano e smontano ad ogni festa di paese. Assiepati vicino al gioco dei peluche, quello della pesca miracolosa, c'è un gruppone di ragazzetti, sui dicassette-diciotto anni, quasi tutti nordafricani e ingellatissimi. Parlano bolognese stretto e quella sera hanno deciso di regalare alle loro donne Winnie the Poe e Minnie; in dieci minuti hanno cambiato alla cassa già 15 euro, che se andavano al mercato con quei soldi si compravano lo stock della Walt Disney, con incluso nel prezzo anche Gargamella e i sette nani.
La mia ragazza mi tira per la manica della giacca, sono le 22e25 e a mezza inizia lo spettacolo; mi ricorda che siamo in un cinema e non capisce perchè abbia quell'aria assorta da antropologo appena arrivato sul luogo dello studio etno-culturale.
Ci apprestiamo a fare il biglietto; c'è un macello di gente, ma ci sono anche 15 casse per cui è meno dura del previsto.
"O prima centrale o indietro laterale" fa il tipo dietro al vetro con cuffie e microfono da call center, la cui voce arriva super amplificata al di qua del vetro, come alla biglietteria della stazione centrale. Ho già provato il torcicollo una volta in prima fila, per cui senza esitazione optiamo per l'indietro laterale...male che vada a centottanta metri dallo schermo ti sembrerà di stare a casa davanti alla tv, ma sempre meglio che due ore con la testa rivolta al cielo, come un ufologo o Cavani!
"Diciassette" ordina il microfonato. Sganci, e pensi che forse quella sera Zalone e Cetto la Qualunque sono in sala per una piece teatrale prima del film, perchè se no non si spiega!
Una volta trovata la sala 9, ti metti alla ricerca del posto numerato, quello indietro-laterale...ed è veramente indietrissimo! Sono le 22e32 e tiri un sospiro di sollievo, molli un bacio sulla guancia alla tua donna e bisbigli: "Giusto in tempo!".
Non sai (antico e vetusto che non sei altro) che in questi maxi-cinema non c'è intervallo, e quindi la dose di pubblicità cui hai giustamente diritto, avendo pagato solo otto euro e cinquanta a cranio, te la devi ciucciare prima del film, tutta in una botta, tutta a luci spente, tutta con la gente che commenta felice la prossima uscita delle nuove app per l'aifon 4, tutta tutta così...che, vi giuro, alle 22e55 ancora non è iniziato sto cazzo di film.
Ne ho già le palle piene e ormai il film è l'ultimo ostacolo per poi non ritornare mai più in una multisala.
Per un'ora e mezza il sottofondo è d'inferno...sgranocchiare equino di miliardi di pop corn; scoppiettare pirotecnico di gomme e caramelle azzeccose; scrosciare fragoroso di buste di patatine a tutti i gusti del mondo; sfiatare loffoso di bottiglie da mezzo litro di pepsi e fanta; e poi risate, risate e risate ad ogni esclamazione del pelato sul grande (neanche tanto da qua giù) schermo. A me, e non sono uno che ha la risata difficile, ci saranno state tre o quattro battute che mi hanno fatto sorridere; e dico sorridere non per distacco spocchioso-intellettuale da tutto sto macello, ma perchè tutte quelle scene le avevo già viste almeno dieci volte a: Che tempo che fa, Parla con me, Coming Soon, Domenica in, Domenica cinque, Domenica insieme, Domenica del Signore, Domenica nell'arena, Domenica Sportiva (non c'è veramente un cazzo da fare la domenica quando piove e il Napoli ha giocato l'anticipo il sabato sera).
Per fortuna non c'è l'intervallo, penso a mezzanotte e venti, starà per finire. Manco per il cazzo! Finirà all'una meno cinque e sarebbe scivolato via più sbarazzino Metropolis di Fritz Lang o Inland Empire in lingua originale con sottotitoli in francese (anni fa da universitario umanistico bolognese mi è capitato davvero).
Esco spossato e distrutto, voglio respirare un po' di aria fresca e nebbiosa e correre a letto.

"Forse ci consolava far l' amore, ma precari in quel senso si era già
un buco da un amico, un letto a ore su cui passava tutta la città.
L'amore fatto alla "boia d' un Giuda" e al freddo in quella stanza di altri e spoglia:
vederti o non vederti tutta nuda era un fatto di clima e non di voglia!

E adesso che potremmo anche farlo e adesso che problemi non ne ho,
che nostalgia per quelli contro un muro o dentro a un cine o là dove si può..."

Per fortuna dentro alla macchina attacca Guccini con Eskimo...forse un tempo il cine era anche quello.
La mia ragazza, stanca anche lei, tornando a casa mi ricorda che lo Space Cinema fino a qualche tempo fa si chiamava Medusa...il padrone è sempre lo stesso, come FI che diventa pidielle e poi partito dell'amore.
Ora torna tutto...la prossima volta mi sto a casa a vedermi per l'ottocentesima volta "L'uomo in più".

mercoledì 23 febbraio 2011

Il calcio e l'Italia

Questo non è un post sul calcio. Questo è un monito per chi ci tiene al futuro della nostra nazione.
Premettendo che me ne frego del calcio perchè sono un appassionato di numismatica vorrei solo porre l'attenzione su quello che è successo nelle ultime settimane.
Le grandi squadre italiane, blasonate, ricche e piene di scudetti sono ai primi posti del campionato. Non parlo del Napoli ovviamente, che ancora non è piena di scudetti.
Nell'ultima di campionato il milan e l'inter hanno vinto grazie a clamorosi errori arbitrali. Poi in coppa, prima la roma, poi il milan e poi l'inter, hanno banalmente perso le partite e le staffe.
Lo sapete perchè?

Perchè il calcio italiano è lo specchio della nostra cultura.

In Italia funziona esattamente cosi': i ricchi e i potenti fanno i padroni dove possono, un po' con compravendite, un po' con ricatti, un po' con sudditanza psicologica fanno il loro comodo, dirigono aziende senza averne le qualità, durano a fronte di comportamenti immorali e fraudolenti, capeggiano dove possono imporre il loro modo di pensare.
Ed è questo modo di pensare che ci sta fottendo, tutti quanti, te compreso, mio simile, mio amico.
Il fatto che tutti vogliono vivere al di sopra delle proprie possibilità, che la legge si puo' sempre aggirare, che vince il piu' prepotente o quello con piu' conoscenze, è uno stile di vita che attecchisce sempre di piu' tra i giovani e i ragazzini odierni.
Nessuno piu' vuol fare un lavoro manuale, perchè siamo tutti dottori.
Nessuno piu' vuol tenersi il cellulare vecchio perchè siamo tutti all'avanguardia.
Nessuno piu' vuol ammettere di aver votato S.B. perchè appena cadrà devono essere pronti a saltare dall'altra parte.
Nessuno piu' vuol stare dall'altra parte perchè qualcuno se lo compra al mercato.
Ed è cosi' che nasce questo clima di invidia perpetua, di competizione globale, di guerra fra poveri.

Ed è cosi' che quello che succede al governo, succede nel calcio, succede nella scuola pubblica, succede nelle aziende, succede sui pulman, succede nel traffico.

E come cantava Gaber: e l'italia rideva e scherzava.. e parlava di calcio nei bar.
Siamo cosi' bravi a non interessarci di quello che succede nel nostro paese che se ce ne interessassimo saremmo perfetti.


Il molosso